venerdì 26 agosto 2011

Letture

In questi giorni sto leggendo Le Benevole, di Jonathan Littel, Einaudi 2006




Riporto qui la recensione di Alessandro Piperno, che ho trovato interessante.

Littell, nel girone dello sciacallo
di ALESSANDRO PIPERNO dal “Corriere della Sera"


Appena terminato Le Benevole, il romanzo assoluto (come altro definirlo?) di Jonathan Littell, mi chiedo: cosa avrebbe pensato Primo Levi di questo libro? Istintivamente mi viene da pensare che lo avrebbe trovato rivoltante. Ne I sommersi e i salvati accusava di libidine letteraria ogni tentativo di speculazione artistica sull’orrore. Lo sterminio, per lui, era una questione da lasciare ai testimoni: un approccio empirico che stroncasse sul nascere ogni forma di estetizzazione. Levi riteneva che i superstiti ai campi non avessero il diritto di parlare in vece di chi non ce l’aveva fatta, figurarsi se avrebbe accettato l’idea che un giovane ebreo scrivesse un libro sposando, per ragioni narrative, il punto di vista di un criminale nazista. Allo stesso tempo però, forse, leggendo Le Benevole, il memoriale di un ufficiale delle SS, si sarebbe potuto imbattere nella trasposizione letteraria dell’ idea cardine della sua speculazione: la «Zona Grigia». Nella breve prefazione all’autobiografia shocking di Rudolf Höss – comandante ad Auschwitz – Levi scriveva come quel libro fosse utile a mostrare «con quale facilità il bene possa cedere al male, esserne assediato e infine sommerso, e sopravvivere in piccole isole grottesche». Processo psichico che sembra replicato da quello vissuto da Max, il Narratore del romanzo di Littell. Un giovane uomo con ambizioni artistiche e dalla sessualità complicata che si ritrova ingranaggio di una macchina programmata per lo sterminio sistematico alla quale reagisce con blanda riluttanza. Ho letto che una parte della critica francese ha intravisto in Max una sorta di epigono dei grandi malvagi della letteratura di ogni tempo: da Riccardo III a Kurtz, da Jago a Stravoghin. Mi sembra uno stravolgimento della verità: ciò che manca a Max, con tutta la sua cultura, è un’adesione consapevole al Male. Lui è un malvagio per caso: uno che, nelle prime pagine del memoriale, ha l’esigenza di rifugiarsi nel tipico ragionamento relativista del nazista auto-indulgente: «La guerra totale è anche questo: il civile non esiste più e tra il bambino ebreo gasato o fucilato e il bambino tedesco morto sotto le bombe incendiarie c’ è soltanto una differenza di strumenti». Un argomento che ci ripugna più di una confessione di colpevolezza ma che getta una luce ambigua sulla reale coscienza di Max. Ciò che di lui ci perturba è proprio questa sghemba adesione al Male. Un paradosso che viene favorito dall’ uso magistrale che Littell fa della prima persona. Una strategia narrativa che rende questo libro, per altro zeppo di stereotipi (il nazista dandy omosessuale, Hitler che si muove come un rabbino…), una bomba ad orologeria consegnata nelle mani del lettore che, strada facendo, si troverà a intrattenere un rapporto di empatia con questo assassino, assistendo, attraverso i suoi occhi, a una sequela di orrori. È attraverso la messa in scena di questa ambigua soggettività che Littell ci fa capire che Max appartiene all’ umanità non meno di noi. Ecco perché fin dal principio, facendo il verso a Baudelaire, ci chiama in causa definendoci: «Fratelli umani». Noi suoi fratelli? Cioè lui un uomo come noi? E noi mostri come lui? È questo il gioco di Littell? Temo di sì. Un gioco che funziona, che ti conduce nel nucleo di un problema che tutti abbiamo rimosso. Chi erano i nazisti? Cosa avevano dentro? Cosa pensavano? Un vecchio cliché sostiene che chi tenta di capire dal di dentro l’esperienza del nazismo corre il rischio di accettarla. «Si è arrivati a dire» dice Pierre Nora «che per mettersi nella pelle di un nazista bisogna essere un po’ nazisti». Si tratta comunque sia di un esercizio precluso allo storico. Non per caso Littell, in una intervista, ha detto: «Uno storico non ha diritto al salto intuitivo, all’empatia dell’immaginazione». Ma un romanziere questo diritto ce l’ha. È il suo pane quotidiano. Littell ha confessato più volte che il personaggio di Max è nato nel momento in cui lui ha deciso di donargli qualcosa di sé: i gusti, il modo di pensare, chissà forse anche qualche perversione. Così come Balzac, secondo il mito, stabilì di essere un genio nel momento in cui inventò l’ idea del «ritorno dei personaggi», così Littell ha trasformato il suo romanzo in un libro capitale nel momento in cui ha deciso di donarsi al suo orrendo Narratore. Se Le Benevolefosse stato in terza persona sarebbe stato un buon libro normale. È la prima persona a scatenare in noi un pervertito processo di empatia. Così, quando Max arriva a sparare in faccia a una ragazzina perché gli sembra che lei sia troppo bella per poter soffrire, per un attimo sentiamo la forza delle sue ragioni. Intendiamoci: non sto facendo alcuna confusione tra vittima e carnefice (psicologismi da strapazzo!). Sto parlando della Zona Grigia, della complessità del Male. Del diritto di ogni individuo di immergersi in esso e del dovere di comprendere che esso ti riguarda. Ecco, mi pare che Le Benevole sia un tentativo schietto di capire il Male in relazione all’ uomo, sottraendolo a qualsiasi fatua consolazione demoniaca. Ma tutto questo non ha ancora risolto la questione più annosa: è lecito fare un romanzo con questo materiale? Non c’è un momento in cui la letteratura deve auto-censurarsi per rispetto delle vittime? Ho sempre guardato con sospetto alla sacralizzazione della Shoah. Forse perché l’ho sempre ritenuta una cosa troppo umana per essere confinata in un paradiso di martiri o in un inferno di satanassi. Sempre Levi scrive che «una certa dose di retorica ci vuole affinché il ricordo duri». Ma mi chiedo se tutta questa retorica non abbia ottenuto proprio l’effetto contrario a quello auspicato da Levi: e cioè se non abbia favorito un oblio morbido e perbene. D’altra parte tra un ricordo cristallizzato dalla retorica e un oblio completo non c’è così tanta differenza. Sono due forme per non affrontare schiettamente la verità. Ecco allora perché la letteratura. Perché essa, da sempre, si è sobbarcata l’onere di cercare la verità attraverso la desacralizzazione. Esiste un limite oltre il quale non è consentito spingersi? Sicuramente. Ma non quello sancito dalla morale corrente, bensì quello imposto dalla letteratura stessa. Littell, nell’accingersi a scrivere di questa peculiare tragedia novecentesca, sapeva che non gli era consentito affrontarla né in modo estetizzante (alla Visconti o alla Benigni per intenderci) né in modo ideologico (i nazisti sono grassi rossi e sudati, e gli ebrei magri e con gli occhi dolci di un cagnolino). La sola via concessagli era la Zona Grigia. Per immergersi nel fondo della quale doveva farsi sciacallo: sì, sciacallo di una realtà orripilante (il nazismo, lo sterminio) e sciacallo di se stesso. D’ altra parte, a dispetto di quello che si pensa, ogni vero scrittore è uno sciacallo. La parte sporca del suo mestiere è quella di speculare sui morti e sulle tragedie. Pensate a Proust che, con la spregiudicatezza che lo distingueva, nel pieno della Grande Guerra, comodamente infilato nel suo letto da malato, ficcava nella Recherche i cadaveri ancora caldi dei suoi amici morti in battaglia, al solo scopo di commuoverci. Sì, come ci ha insegnato Edgar Poe, lo scrittore è colui che specula sulla nostra emotività di lettori. Ed ecco perché Le Benevole è un libro importante del nostro tempo. Perché emana l’odore ributtante della Zona Grigia. Non a caso tutta la narrazione è percorsa da precise notazioni olfattive che sembrano voler immergerci nella paludosa fangosità della condizione umana. È come se Littell volesse dirci: ehi lettore, siamo tra uomini e gli uomini sono così: per quanto provino a dissimulare la propria umanità, nei momenti importanti della loro vita (a letto, in bagno, quando amano o quando sono vicini alla morte) puzzano come cadaveri."




Mi piacerebbe conoscere altre opinioni... la mia non me la sono ancora fatta, sono appena agli inizi del libro, e posso dire che da una parte sono attratta dalla lettura perché è veramente ben scritto e coinvolgente, e mi interessa capire dove vada a parare; dall'altra però ci sono passi che ho paura di affrontare e a volte mi viene voglia di chiudere il libro e gettarlo lontano per sempre.Pin It

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